The Italian Hard Seltzer

La scommessa dei microbirrifici italiani.

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Gli Hard Seltzer sono bevande aromatizzate, leggermente alcoliche e frizzanti (FAB, ovvero flavoured alcoholic beverages), giunte in Italia nel 2021, attirando l’attenzione di migliaia di amanti della birra artigianale, incuriositi da queste lattine dall’aspetto sgargiante del tutto simile alle IPA prodotte dalle craft brewery.

Sebbene, oggi poco conosciuti, nel mercato Europeo, queste bevande stanno riscuotendo un enorme successo negli Stati Uniti, generando un fatturato di quasi $4 miliardi di dollari e, secondo uno studio di settore condotto dall’azienda americana Nielsen, tra il Gennaio 2020 e quello del 2021 le vendite hanno avuto un’impennata del +214%.

Parlando invece dei natali del frizzante drink, il baricentro si sposta nuovamente nel vecchio continente; infatti, la nascita ha un’origine a metà tra il serio e il leggendario.

Si ispirano molto probabilmente al sima, una tradizionale bevanda finlandese ottenuta tramite la fermentazione di miele e acqua, ma la data di nascita ufficiale viene indicata negli anni ’90, inaugurando il periodo d’oro degli alcopop. Bacardi Breezer vi dice qualcosa?

Successivamente, Duncan MacGillivray, mastro birraio australiano, crea la prima limonata alcolica al mondo: la Two Dogs, ma il successo sperato non arriva, finché quando nel 2013, l’imprenditore Nick Shields, decide di rinnovare la ricetta, facendo nascere il marchio Spiked Seltzer.

In poco meno di un anno, scoppia la Hard Seltzer mania negli Stati Uniti, a cui sono seguiti una serie di brand imitatori, inclusi quelli che ora sono i leader della categoria: White Claw e Truly Hard Seltzer.

Non è facile trovare questa tipologia di bevanda in Italia, soprattutto perché difficilmente vengono importati non avendo ancora un mercato.

Questo però non ha scoraggiato i diversi birrifici artigianali che si sono letteralmente catapultati nella creazione di ricette moderne, con un tocco di Italia. Nonostante il movimento sia ancora molto limitato con pochissimi attori disposti a scommettere su questo nuovo drink si possono annoverare produzioni interessanti a opera di Toccalmatto, Birrificio Pontino, Billi Hard Seltzer, Granda, Setz, Wati e Fermentati del Coppe, solo per citarne qualcuno.

A livello legislativo la questione è ancora più difficile perché ogni paese ha normativa diversa.

Per esempio, in America è possibile usufruire della classificazione come “birra” pur non avendo affatto tra gli ingredienti il malto d’orzo, mentre in Italia per essere categorizzate come birra queste bevande devono avere almeno il 60% di malto d’orzo o frumento.

Ma come si producono? Esistono due modalità di produzione ed entrambe partono da una base di acqua, mentre la componente etilica può invece essere ottenuta per assemblaggio, ovvero aggiungendo direttamente una base alcolica neutra, come vino, birra, liquore o distillati ad un’acqua gasata ed aromatizzata, oppure per fermentazione, a partire da una base di acqua e zuccheri, che possono essere di diverso tipo (come lo zucchero di canna o il malto d’orzo), a cui vengono aggiunti dei lieviti.

Dalla fermentazione si ottengono alcool ed anidride carbonica, responsabile della frizzantezza degli Hard Seltzer.

Successivamente vengono aggiunte le aromatizzazioni (fase del blending), il tratto distintivo di questa bevanda, che possono essere le più disparate, con abbinamenti particolari ed insoliti motivo che rende queste bibite così piacevoli e divertenti; da succhi o puree di frutta, a spezie o essenze floreali, dai classici ingredienti come zenzero, mango, mela ed ananas, fino ai più particolari yuzu, dragon fruit, maca e guaranà.

“In Italia non ci sono tanti birrifici che fanno Hard Seltzer, per via di una problematica doganale: il codice prodotto per produrre questa bevanda è diverso dal codice prodotto per produrre la birra. Ci sono dogane provinciali che consentono di avere due codici prodotto nello stesso codice accise, mentre altre dogane non lo consentono,” spiega Nicola Coppe, primo produttore italiano di Hard Seltzer. “Anche in questo caso si evince come la legge dovrebbe essere uguale in tutto il territorio nazionale, invece alla fine questa variabilità, queste concessioni legislative dipendono da come viene interpretata dall’ufficio licenze di zona.”